Scialla!

L’altra notte stavo in camera da letto, trafficando al PC per gli articoli del Blog, di Outacst e quanto altro quando sento un “Ahòòòòòòòò!” potente, di diaframma, provenire dalla strada sotto casa.
Risponde un “AhòòòOOOOòòò!”, altrettanto possente, altrettanto di diaframma, dall’altra parte della via. Concludendo con un “Ahò, ma li mortacci tua!”.

No. Amico. Li mortacci TUA.

Ah, ma ricomincerà la scuola. Presto. Molto presto. Ed io riderò. Stronzi ragazzini cianciaclingua demmerda.

Vivo in un quartiere considerato “bene” di Roma, ma per il grado di educazione, nonché per la proprietà di linguaggio, di certa gioventù locale mi domando se sia popolato da esseri viventi appartenenti alla specie umana.
La riposta, triste, è che sì. Sì e non solo. L’adolescente ciancicans medio non solo fa parte della specie umana ma di tale specie umana, pare, è la speranza per il futuro.

Sadness.

Per carità, sono stata ggiovane anche io (anzi, sono ancora ggiovane è___é) e quindi capisco che è estate, che si sparano le ultime cartucce prima dell’inizio dell’anno scolastico e via discorrendo. Però boh. Noi non eravamo così. E non è un modo di dire eh.
Innanzi tutto “noi” che pure non avevamo motorini o macchinette, la sera non stavamo all’esterno del baretto fighetto sotto casa a fare “ah cosoOOooo, passame l’accendinooOOooo”. Pur senza essere mezzo dotati come sti pischelletti qua, forti del nostro abbonamento metrebus, prendevamo l’allora 38 o 58, scendevamo al centro e via, la notte era nostra (almeno fino all’ultima corsa dell’autobus). Avevamo 16, 17 anni e ne sono passati quasi altrettanti (AAAARGH), eppure, forse, eravamo più goderecci dei cianciconi di cui sopra.

Mi viene in mente Maccio Capatonda “ma la mia vita è il baretto”. La loro vita è il baretto, in effetti. Quelli lì sotto ieri sera non erano altro gli stessi che durante l’anno stanno seduti al bar all’angolo a giocare a briscola (a briscola!!! A 18 anni! A 25 cosa li aspetta, la bocciofila?), a cianciare qualcosa (il più della volte la lingua) a fumare e a cioare: “c’oè (crasi di “cioè”. Un po’ come il c’mon inglese solo più coatto n.d.Z.) no, stavo llà no, e c’oè m’ha visto no, e allora, c’oè, m’ha scritto su ‘a bacheca, che, c’oè, vojo dì, ma chi caaaazzo sei abbbbello, ma che davero penzi, te! de potemme dì a mmme! ‘scialla!’? C’oè, ma scialla te, popo, n’ho capito, c’oè!”

Capito? Che futuro triste e misero che vedo all’orizzonte.

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Questo articolo è stato pubblicato da Il Procione

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