Hugo e L’Artista

Disclaimer: rischio spoiler elevato. A mia discolpa posso dire che non vi sono grandissimi colpi di scena e che i film, più che scoperti fanno “gustati, almeno questi due.

Come rendere omaggio alla storia del cinema (e riuscirci) con due film completamente diversi: è quello che hanno fatto Martin Scorsese e Michel Hazanavicius (“salute”, “grazie!”) con, rispettivamente, Hugo Cabret e The Artist.
Tra l’altro trovo quantomeno divertente che, in reciprocità, il film americano sia ambientato nella francesissima e pariginissima Gare de Lyon, mentre il film francese nell’americanissima e glamourissima Hollywood. Divertissement del destino probabilmente. Continua a leggere

DonaBol – Partecipate numerosi

Segnalo questa bellissima e lodevolissima iniziativa di bol.it
Come funziona DonaBol?
Vi iscrivete, selezionate, dal catalogo Bol, i 5 libri che vi portereste su un’isola deserta
In questo modo contribuirete a stilare una classifica di 4.800 titoli che verranno donati alle biblioteche di 4 scuole di Milano, Napoli, Palermo e Torino (e non fate discorsi del tipo “Ah, estiquatsi io sono di Zagarolo chemmefrega”)

A questo punto vi chiedo: quali sono i 5 libri (ma facciamo anche 10) che cascasse il mondo, salvereste dalla distruzione apocalittica? Dura eh?
Per me terribilmente, impacchetterei tutta la libreria. Anzi la libreria di casa mia più quella ancora piena zeppa di volumi (per gioia di mia madre) a casa dei miei. Fate vobis. Però ci ho provato, visto che l’iniziativa mi piace assai.

Come ho stilato la classifica di Bol? Beh, personalmente ho pensato a quei libri che ho letto da ragazzina (o che, ormai adulta, avrei voluto leggere da ragazzina) e che mi hanno lasciato un segno che ancora oggi permane. Ho escluso Harry Potter perchè penso che ormai ce l’abbiano in casa anche i cani. (bellapette Fido!)

  1. Il Signore degli Anelli. Questa pole position per me è imprescindibile: si tratta del LIBRO della mia adolescenza per eccellenza. E’ quel libro che ha fatto da spartiacque tra un’epoca ed un’altra. E’ il mio mito insomma.
  2. Le Rose di Atacama. Luis Sepulveda. Francamente avrei messo dentro l’intera bibliografia di quest’autore, incominciando da “La Gabbianella ed il Gatto che le insegnò a volare”. Non c’è un singolo libro, uno, che non abbia amato, che non mi abbia appassionata, indignata e commossa sino alle lacrime (c’è un racconto che ancora oggi se solo ci penso – non se lo leggo, ma se ci penso – mi prende il groppo in gola). E quindi niente, questo libro è semplicemente una delle raccolte di racconti che forse più mi ha colpito e spero che possa portare poi i giovani lettori a scoprire più profondamente questo fantastico autore
  3. Il vecchio e il mare. Ernest Hemingway. Può prescindere la formazione letteraria di un adolescente da questo meraviglioso capolavoro? No. Andrebbe messo tra i libri di antologia obbligatori nelle scuole. Mi pare ovvio quindi che fa parte della mia classifica di libri mai più senza.
  4.  Sostiene Pereira. Antonio Tabucchi. Ricordo che quando lessi questo libro, intorno ai 15 anni circa, ero come una ragazzina alla prima cotta (l’epoca era quella). Ero innamorata, ma profondamente e perdutamente, di questo romanzo, dalla trama, dal personaggio, dallo stile narrativo. Ricordo conversazioni infinite al telefono per convincere la gente a leggerlo.
  5. Last but not least. La trilogia di Bartimeus: L’amuleto di Samarcanda, ­L’occhio del Golem, ­La porta di Tolomeo. Jonathan Stroud. Qualcuno ha avuto la bella idea di raggruppare questa fantastica trilogia e farne un’edizione unica, togliendomi dall’imbarazzo di quale libro inserire. Questo è uno di queli libri (o serie di) che, letto a trent’anni, avrei voluto averlo tra le mani a 14. Bartimeus, come non amarlo: questo demone ironico e graffiante, apparentemente cinico, in realtà grande idealista e sognatore mi ha rubato un altro pezzettino di cuore. Quando ho chiuso l’ultima pagina dell’ultimo libro mi sarei veramente messa a piangere. E’ stato come se uno dei miei più cari amici si fosse trasferito su una galassia lontana ed io non avrei più potuto vederlo. Avrei voluto perdere la memoria seduta stante per poterlo leggere di nuovo, e di nuovo e di nuovo in un loop infinito. Mi sono sentita orfana, ecco.

Ed ora un po’ di spettegolauz librario. Andiamo a spulciare la top 100 dell’iniziativa Bol.

Innanzitutto la TOP TEN

  1. Il piccolo principe. Antoine de Saint-Exupéry. Ci stupisce? Maanchenò
  2. Cent’anni di solitudine. Gabriel Garcia Marquez.
  3. Orgoglio e pregiudizio. Jane Austen (Yeeeeh)
  4. Il Signore degli anelli. John Ronald Reuel Tolkien (partono trombette e cori da stadio)
  5. Il nome della rosa. Umberto Eco. Bellissimerrimo, ma non so quanto adatto a dei ragazzi.
  6. Il giovane Holden. Jerome David Salinger
  7. Il maestro e Margherita. Michail Afanas’evic Bulgakov
  8. Il ritratto di Dorian Gray. Oscar Wilde (Classico. Bello. Ci piace)
  9. La casa degli spiriti. Isabel Allende
  10. Cime tempestose. Emily Bronte

Ed ora i Libri Yeeeeh! (che bello che ci siano) e il libri Eh?! (cazzofaiTUqui?)

Per i Libri Yeeeeh!

  • I Pilastri della Terra
  • Il Barone Rampante
  • Il cacciatore di aquiloni
  • Il conte di Montecristo
  • L’ombra del vento (anche se c’è di meglio eh, insomma, il 28esimo posto mi pare un po’ altino)
  • Oceano Mare (quanto mi ricorda Salamanca questo libro…)
  • L’eleganza del Riccio (!!!!)
  • Il Gabbiano Jonathan Livingstone (dopo il Codice da vinci, Norvegian Wood.Tokyo Blues e Lettera a un bambino mai nato. Parliamone)

Per i libri Eh?!

  • Il codice Da Vinci. Why? Per esempio di serie di teorie ad catzum mutuate direttamente da Giacobbo? (e scritte pure malino?)
  • Norwegian wood. Tokyo blues (ddu cojoni…)
  • Lettera a un bambino mai nato. (Bello eh, però qui, boh… davvero? Cioè nella top 100 dei 4800 titoli? Bah)
  • Angeli e demoni (ARGH!)
  • La Bibbia. (Signori è una lista per regalare libri a una scuola non per dire quantosoffigo che ho letto pure la bibbia)

E niente. Questo è quanto.
Se voleste lasciare un messaggino qui sotto (qui sul blog non su Facebook o che) con la vostra lista di libri preferiti mi farebbe un piacere enorme 🙂

Thor e il mio personale estro onirico

La mia mente ha una fantasia che ti dico levati.
Specie mentre dormo a volte riesce a tirare fuori cose che io, bah.
Tipo sta notte.

Premessa: ieri sera al cinema ho visto Thor, che è veramente un bel film di fumetti. Sì, con la regia di Kenneth Branagh. E devo dire che ci prende. Cioè niente a che vedere con Shyamalan (SHYAMALAAAAN!) con The Last Airbender; qui siamo di fronte a un vero film di fumetti: cazzone, divertente, sborone, con belle scene di combattimento ‘gnorante e via discorrendo. Inoltre la presenza di Kenneth Branagh fa sì che gli dei di Asgard siano, beh, DEI; hanno i loro drammi, i loro conflitti, le loro meschinità e i loro problemi, certo, come tutte le divinità politeiste che si rispettino, però ecco… sono divinità: si esprimono da divinità, ragionano da divinità e la cosa appare piuttosto evidente quando una di queste divinità, Thor appunto, viene esiliato sulla terra, privo di poteri, dal padre Odino. (che poi Antony Hopkins è un Odino veramente meritevole, diciamocelo. Oh, ma American Gods poi? Non se ne fa proprio più niente? Delusione…). Insomma, immaginatevi una persona con l’educazione e la grazia di un protagonista Shakespeariano (che però mena abbestia) e che si ritrova alle prese con la varietà umana nel New Mexico. Fico. Assai.

Comunque, parlavamo del mio personale estro onirico. Dicevo. A un certo punto stavo sognando, non chiedetemi perchè, che a casa mia il pavimento del bagno era allagato. E vabbè. Piuttosto incazzata prendo lo strofinaccio per asciugare e scopro che il pavimento è allagato assai e un solo strofinaccio non basta, ne servirebbe tipo tutta la scorta di magazzino di Casa & co. Ovviamente l’incazzatura aumenta e anche la preoccupazione per le infiltrazioni al piano di sotto. Insomma ero nel pieno di un dramma casalingo.

Poi la scena cambia. E vedo Thor che telefona a Jenny per dirle che il pericolo arriva dall’acqua. Ed io penso. Cazzo, vedi? allora non è la mia doccia che ha problemi, sono quei fottuti bastardi! Poi ragiono. E penso. Thor? Che TELEFONA da ASGARD? Telefona? Con un telefono di quelli in bachelite? Sulla Terra?

E qui mi sveglio, con qualcuno nella mia mente (propendo per il Procione) che mi prende a scappellotti dietro la testa e mi fa “Thor eh?” Scappellotto “Al telefono Eh” Scappellotto “‘mbecille”.

Ora mi domando perchè? Perchè la mia mente non riesce a starsene tranquilla nemmeno quando dormo?
Non lo so. E non è solo Thor che fa una chiamata interdimensionale che mi lascia perplessa, ma anche la mia pletora di sogni ricorrenti e inquietanti che fin da piccola mi perseguitano, tipo

  • Essere inseguita da una tigre
  • Scappare da un vulcano in eruzione
  • Sventare un attacco nucleare volando su una scopa di saggina (???)

e cose così.

Vabbè, andiamo avanti così. Finchè nessuno pensa di mettermi una camicia di forza a me sta bene

Alice nel Paese della Vaporità

Dopo aver letto on line giudizi grandemente contrastanti su questo romanzo, approfittando di un buono natalizio (decisamente opportuno, per vari motivi) mi sono decisa anche io per la lettura

Onestamente, mi sono accostata al libro con un po’ di diffidenza. Rimaneggiamenti di romanzi classici (si pensi alla povera Austen) ultimamente si vedono spuntare un po’ come funghi sugli scaffali e temevo che, anche in questo caso, mi sarei trovata semplicemente davanti a una versione steampunk del reomanzo di Carroll.

Intendiamoci, a me lo steampunk piace, sia nei film che nei romanzi. Ma come mera coperazione commerciale mi fa storcere il naso. Come tutte le operazioni puramente commerciali, d’altronde.

In questo caso devo, in parte, ricredermi.

Il romanzo è, come è giusto che sia, molto visionario e molto, molto più crudo di quel che la bellissima illustrazione di Paolo Barbieri o la quarta di copertina lascino intendere.

E’ un bel romanzo?
E’ un bel romanzo incompiuto, a mio parere. Gli manca qualcosa. Gli manca una fine vera, non solo di trama, che ti permetta di prendere alcuni pezzetti che ti avanzano e collocarti al posto giusto nel disegno generale.

Non sono risciuta a capire, cercando in rete, se si tratti dell’inizio di una saga o di un romanzo autoconclusivo.

Un mondo niente affatto banale, dove a volte però alcuni personaggi avrebbero potuto esser definiti meglio, sicuramente, come nel caso della Regina. Grandioso invece il personaggio del Profeta nelle nebbie. Veramente. E Zap. Grande Zap. E Miyamoto.

La cosa che mi ha lasciato un po’ con la delusione in bocca è,appunto , proprio il finale. Il romanzo ha una sua fine, certo, ma lascia aperto qualcosa. La possibilità di un seguito forse? Un’altra storia? E la sentiremo mai narrare questa storia? Come al solito il Diavolo dei Crocicchi ci ha messo lo zampino e lascia il lettore con un punto interrogativo.

E comunque, forse non s’era capito, ma io lo consiglio eh. Pollice su.

Karate Kid 16 anni dopo

Per chi è cresciuto negli anni Ottanta, cinematograficamente parlando alcune cose resteranno impresse nella memoria come il borsalino di Indiana Jones, il tesoro di Willy l’Orbo, la Delorean alimentata a plutonio, e il signor Miyagi che tenta di acchiappare una mosca con le bacchette.
Non sono film di avventura, o horror, o d’amore. Non li si classifica per genere. Sono i film degli anni Ottanta. Punto.
Sono quei film che, assieme a Navigator, Explorers ed altri, hanno segnato la mia infanzia e quella di chi mi stava accanto, di amici e compagni.

Sta di fatto che, da diverso tempo a sta parte, è di moda il remake. Hanno fatto il remake di King Kong, della Guerra dei mondi, di Willy Wonka, di Ultimatum alla Terra. Addirittura il remake di un film uscito nel 2008, Giù al Nord, che dal genio italico è stato pedissequamente ripreso con Benvenuti al Sud.

Nell’anno appena trascorso è toccato a Karate kid, che ho visto mercoledì sera, con Jaden Smith al posto di Ralph Macchio e Jakie Chan nel ruolo che fu di Pat Morita.
Giudizio? Piacevole. Piacevole perchè in fondo fa bene il compitino, perchè Jaden Smith e Jackie Chan sono bravi nei loro ruoli, perchè la Cina mostrata è da cartolina e perchè il Kung Fu è veramente tanto bello, probabilmente anche più del Karate, almeno visivamente parlando.

Però fa il compitino. Innanzitutto una cosa non capisco, perchè non “Kung Fu Kid”? Chi è cresciuto negli anni Ottanta, appunto, avrebbe capito e compreso la citazione, mentre i più giovani, che magari non hanno certi ricordi, non si sarebbero stati lì a domandare “Ma perchè Karate kid se questo qui pratica il Kung Fu?”.
Inoltre copia, paro paro, passo passo, il film originale. Fin troppo.

Eppure, proprio per il tema, la leggerezza e il diverso contesto, avrei osato di più, avrei dato uno spessore diverso al personaggio del maestro Han, che così regge poco il confronto con il caro, ironico e a volte allegramente coglione Miyagi.

In sintesi: film tutto sommato godibile, di certo non da cinema, ma perfetto per una serata casalinga.
Il seguito? Se mai ci sarà, ce lo vedremo, probabilmente sempre con comodità dal nostro divano.

 

Immagine: Stefano, in tenuta da hotel a Takayama. Fantastico hotel tutto completamente ricoperto in tatami, dalla reception all’ascensore, dai corrridoi alle camere. E con le terme, signori, LE TERME!!!, all’ultimo piano. In tenuta nipponica, quindi, ci accingevamo a goderci la nostra mezz’ora di relax. Takayama, novembre 2009. Foto by me

Memento

Ieri sera sono finalmente riuscita a vedere Memento. Dopo The Prestige e Inception, era proprio il caso. Anche per non sentire più tutta quella gente che, ad ogni film di Nolan, mi diceva “Ah, ma Memento”, “Eh, però Memento”.

Premessa: Memento andrebbe insegnato nelle scuole di cinematografia per mostrare a sceneggiatori e registi come è fatto un ottimo meccanismo narrativo. Memento ha ritmo, ti tiene incollato allo schermo e ti fa lavorare come ste stessi cercando di mettere a posto, in tempo reale, i pezzettini di un puzzle.
I due piani narrativi poi, presentati uno a colori e uno in bianco e nero, sono un tocco di classe. E’ l’ulteriore pezzetto che stai cercando di capire dove collocare, che ti torna sempre in mano mentre tu stai cercando altro ed ogni volta ti domani “ah già, e questo dove lo metto?”. E poi tutto torna, il monocromatico riprende vita e colore e la trama diventa un tutt’uno. Finchè, il patatrac.

Nolan vuole a TUTTI i costi strafare. Perchè se fino a quel momento il castello di carte ha retto egregiamente, all’ultima battuta ecco che va troppo oltre, e lo fa crollare. Tutta la trama si regge, sino ad ora, sui vuoti del protagonisto, privato della memoria a breve durante un’aggressione nella quale la moglie è stata stuprata ed uccisa; sul meccanismo, dal protagonista ritenuto perfetto, della metodicità del trucchetto “foto+appunti+tatuaggi”. Una foto per ricordare luoghi e persone, gli appunti sul bordo delle polaroid per i commenti e i tatuaggi per segnare le pietre miliarie della ricerca; la ricerca della via verso la vendetta, verso l’omicidio dell’assassino della moglie, dell’individuo che lo ha resto un menomato.
Poi Nolan, che ha fino a questo momento saldamente in mano il timone del racconto, ti strizza l’occhio e ti rivela l’inghippo: la gente, se sa che soffri di un problema del genere, prima o poi tenterà di sfruttarti; se poi persino tu menti a te stesso per cercare di dimenticare quel che fa comodo e ricordare solo quello che desideri, ecco che il meccanismo si rompe e tu ti ritrovi in un gran casino. Come accade al nostro.

Ecco quindi che ci sarebbe l’ingrediente per un meccanismo quasi perfetto di illusione e falsi ricordi che conduce alla fine della nostra storia, a quell’assassinio di Teddy, che ti viene mostrato all’inizio, che pone, finalmente, fine alla ricerca.

Ma poi, appunto, Nolan esagera. Inserisce qualcosa di troppo, che fa scricchiolare e crollare miseramente la struttura.

La moglie, che lui credeva morta, in realtà è sopravvissuta all’aggressione che ha reso il nostro eroe menomato; è sopravvissuta ma non era in grado di convivere con il problema del marito, e un giorno, per errore, la donna si fa ammazzare dal marito con una overdose di insulina. Pazzo di dolore egli si costruisce un castello di falsità: non è sua moglie ad essere diabetica, ma quella di Sammy Jankins, suo cliente affetto dalla stessa malattia della memoria. Non è sua moglie che è morta per overdose, ma quella di Sammy Jankins. Peccato che Sammy Jankins non sia sposato. E così viene meno la base, la premessa. Scopri che fino ad ora ti hanno raccontato una balla, che non è vero che lui ricorda tutto di quello che era accaduto prima. Lui non è una persona priva della memoria a breve termine assessionata da una vendetta che non si godrà mai e sfruttata da amici e conoscenti. E’ semplicemente l’ennesimo pazzoide che si racconta una marea di frottole perchè è semplicemente più facile così.

Nolan banalizza quello che era originale. E’ come quando fai un dolce, buonissimo, ma poi esageri con un ingrediente al punto di renderlo quasi immangiabile.

Intendiamoci, è un BEL film, ma non è il capolavoro che ogni fan di Christopher Nolan che incontro cerca di propinarmi. Beh no. No perchè allora è meglio Inception, checchè ne dicano. Inception ha ritmo, ha coerenza, ha senso. E quando non ha senso non è perchè qualcosa non va, è perchè senso non ve ne deve essere, di senso, perchè non c’è un perchè. Cosa importa sapere se quella dannata trottola continua a girare oppure no? Se i bambini sono cresciuti oppure no? Il film quello che ti voleva dire te lo ha detto: che alla fin fine non importa qual è la verità vera, la realtà contrapposta al sogno; quel che conta è la tua percezione di quello che per te è reale, che sia un ricordo o un istante della tua vita non importa.

A sto punto però, voglio rivedermi the Prestige. La memoria fa cilecca. Ed io non ho avuto nessun incidente, haimè, per giustificarlo.

Immagine: Trdlo, dolcetto tipico Praghese. Ottobre 2010. Foto by ME

Il cimitero di Praga

Al di là del fatto che è,  indubbiamente, un gran bel libro, come non poteva non essere data la penna di Eco, è un libro che fa riflettere.

Innanzitutto fa riflettere su una caratteristica di noi esseri umani: l’amore per il complotto. Per quando una cosa possa essere chiara, limpida e lineare, ci sarà sempre qualcuno che subdorerà qualcosa di marcio.
La gente ci sguazza, nei complotti; alle persone piace sapere di essere a conoscenza di qualcosa che nessuno dice, ma che esiste e loro, solo loro, ne hanno le prove. Poco importa se quei complotti siano palesemente falsi. I complotti servono. Anche quando sono palesi bufale.
Perchè danno l’idea di un nemico subdolo e infame, dal quale bisogna guardarsi senza abbassare mai la guardia.
Distogliendo l’attenzione dai problemi veri.

I complotti vengono creati ed alimentati ad arte proprio da coloro che hanno qualcosa da nascondere. Qualcos’ALTRO da nascondere. E di questo mi sono convinta ancora di più oggi dopo che sul forum è apparsa l‘ennesima discussione sulle scie chimiche.

Inoltre, e non meno importante,  ci ricorda quanto l’antisemitismo sia connaturato alla nostra società. Dopo la Seconda Guerra mondiale, col tempo, ci siamo convinti che esso fosse solo una perversione nata dalle ideologie neonaziste partorite dalla mente di quel pazzo di Hitler, quando invece tutta l’Europa era antisemita, tutto l’occidente e anche l’oriente sono, anche oggi, antisemiti.
Questo popolo è stato vilipeso, perseguitato e accusato dei peggiori crimimi per secoli e secoli, anche in epoca recente e illuminata, perchè all’uomo e ancor di più allo Stato serve un nemico per poter sopravvivere, come diceva George Mosse.
Ma siccome oggi essere antisemiti è molto poco politically correct, s’è aggiustato il tiro. Alcuni nostalgici, certo, vi sono, e rimangono ancorati alle vecchie abitudini; ma oggi abbiamo una pletora di “nemici invisibili” contro i quali serrare i ranghi e combattere: i clandestini, gli extracomunitari, gli zingari, gli arabi, i musulmani. Volendo l’elenco è infinito.
Quello che ci ricorda questo libro è che è facile odiare e l’uomo è molto bravo a farlo.

Immagine: tombe al cimitero di Praga in autunno. Ottobre 2010. Foto by ME