3 anni

Un po’ perché non sapevamo se, come e quando avrebbero dato le ferie a Stefano, un po’ perché c’era Cleopatra che incombeva sul meteo, fatto sta che per il nostro terzo anniversario non avevamo programmato nulla di particolare. Nessun hotel prenotato, nessun volo acquistato. Ci siamo quindi ritrovati questi 5 giorni di vacanza tra le mani senza sapere molto bene cosa farne.

Data la brillante assenza della regina d’Egitto e, anzi, complice un tempo e delle temperature veramente invidiabili abbiamo optato per un “must per tutte le stagioni (basta che non faccia freddo)”: Casperia, che oltre ad essere un luogo bellissimo di per sé, è anche un ottimo campo base per gite che vanno dall’alto lazio, all’Umbria e, perché no, all’Abruzzo.

Mercoledì siamo partiti nel pomeriggio con calma e pigritudine per giungere in tempo per goderci il tramonto sulla vallata e gustarci un sano aperitivo, primo della cena all’immancabile Asprese.

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Saluti

E’ una cosa che non m’è mai riuscita bene, quella dei saluti. Non sono mai stata brava a staccarmi dalle cose, e soprattutto dalla gente.

I miei saluti sono tutto un guardare in basso, cincischiare con i piedi e con le mani, che improvvisamente si riempiono di dita, di unghie e di anelli (anche quando non ve ne sono). Perchè non sono brava a lasciare andare via le persone. Perchè le persone per me, anche quelle più insospettabili, diventano baluardo contro il mondo, punti fermi involontari della mia vita sempre alla ricerca di un equilibrio.
E quindi anche il collega con il quale prendo il caffè al pomeriggio è, a sua insaputa, un paletto, un’ancora. Continua a leggere

06-04-2009 L’Aquila

Lunedì 6 aprile 2009, intorno alle tre del mattino, mi ritrovavo a saltare come una molla, in piedi catafiondandomi giù dal letto. In qualche modo, qualcosa nel mio fisico aveva già percepito la scossa che non era ancora giunta. Un secondo dopo eccola.

Bella intensa e, già al nostro misero secondo piano, dannatamente ondeggiante. Non ho mai sofferto molto di vertigini, solo un paio di volte, ma riconosco che la sesazione è quella.
“mioddio hai sentito?”
“bella forte eh”
“ma sarà vicino Roma?”
“ah, boh?”
“speriamo perchè altrimenti deve essere stata una bella schicchera”

E una bella schicchera fu.

Il mattino dopo scoprii che L’Aquila era crollata, venuta giù, sbriciolata come pasta frolla troppo cotta. E non solo il centro storico, ma le case, quelle nuove, l’ospedale, quello nuovo. E che i crolli s’erano portati via tante, troppe persone, che interi paesi erano scomparsi nel tempo di un Amen.

Quel giorno fu dedicato al dolore.

Ma da allora, per due anni sino ad oggi,  rabbia e indignazione che si sono andate a sommare al dolore; dolore e rabbia per le perdite umane che si potevano evitare e per la perdita ancora non colmata di spazio, di identità. Quello che è stato negato a L’Aquila, in questi due anni, è stato il diritto di ricostruire, di lottare, di riappropriarsi del proprio spazio e delle proprie vite. E’ stato negato il ritorno ad una quotidianità sana e vera.

Oggi l’Aquila è una città ancora fantasma, il centro della città ricorda uno scenario post-apocalittico. E questo per chi l’ha vissuta e amata, quella città, fa rabbia.

Il mio ultimo ricordo de L’Aquila è un pomeriggio d’agosto, gli sbandieratori nella Piazza del Duomo, l’odore dello zucchero filato e una tranquilla passeggiata sotto i portici.