Dieci non bastano

Dieci motivi per cui vale la pena vivere

  1. Mio marito
  2. Una serata passata con gli amici; tanti, ma così tanti da far scoppiare casa
  3. Quei libri che quando li leggi e li rileggi e li rileggi, ti sembra di tornare a casa
  4. Il profumo della cannella che esce dal forno caldo
  5. Mio marito che mi abbraccia da dietro la notte e mi stringe forte
  6. Le notti passati a faccia in su a guardare le stelle e a far progetti su “noi”
  7. La soddisfazione che provo quando riesco a fare un bello scatto
  8. Il fuoco nel camino
  9. Le foglie rosse dell’acero giapponese in autunno
  10. La musica

Non sembra ma è difficile limitare a 10 le cose per cui vale la pena vivere, non inserire, che so

  • il primo appuntamento e l’aspettativa che c’è dietro
  • lui che ti aspetta davanti all’altare e tu che tremi come una foglia, ma non per il freddo
  • ridere ma così tanto, da piangere e non respirare
  • una cena tranquilla in famiglia
  • tornare a casa dei tuoi e sorridere perchè essa è ancora tua anche se tu non sei più sua
  • la pasta fresca a stendere sui canovacci
  • le lenzuola stese al sole l’estate
  • sentire il tuo corpo circondato dall’acqua e desiderare di avere el branchie
  • i sogni ad occhi aperti
  • i plaid di lana
  • la mattina di Natale
  • tornare finalmente a casa
  • le lunghe docce calde
  • la cioccolata bollente davanti a un bel film
  • il sushi, che è qualcosa che t’appartiene punto anche se per molti “è meglio un piatto di carbonara” e tu non riesci a spiegargli che no, non è meglio, è solo diverso
  • il profumo del kebab e dei felafel che ti investe sotto casa
  • il riconoscersi in un crogiuolo di culture eppure riuscire ancora a sentirsi Italiana
  • il temporale fuori mentre tu leggi un libro accoccolata sul divano
  • scoprire con mio marito i posti nuovi e viaggiare e viaggiare senza timore perchè basta stare assieme per fare casa
  • le fusa dei gatti
  • l’odore di incenso e candele di una chiesa

Senilità

E’ che a volte, quando leggo certe cose, penso che in fondo essere genitori non sia poi così difficile e che, sempre in fondo, ci potrei riuscire perfino io.

Poi penso che negli ultimi tempi ho battuto il mio personale record di piastre lasciate nella presa, fornelli accesi a buffo e chiavi del motorino perse/dimenticate chissà dove (normalmente però in bella vista attaccate al bauletto).

E allora capisco che PRIMA mi serve una bella cura di fosforo e poi forse potrò occuparmi di far arrivare vivo all’adolescenza un’altro essere umano…

Benigni e l’Esegesi della Nostra Storia

Nel 1960 andava in onda per la Rai una trasmissione veramente d’avanguardia “non è mai troppo tardi”. Ci si era resi conto che l’Italia del boom economico era ancora, in larga parte, analfabeta. Gli adulti, soprattutto, erano analfabeti.
E come la porti gli adulti a scuola? Come fai a insegnare a un adulto non solo a scrivere e a leggere, senza troppi costi sociali? Semplice. Porti la scuola nelle case della gente. Usi la tecnologia per fare qualcosa che c’era già prima, e per farla in modo innovativo.

Il grande successo di quel programma si deve, in larga parte, al ruolo decisivo del maestro Alberto Manzi, che effettivaemnte insegnò agli italiani l’italiano. Non insegnava solo a leggere e scrivere. Insegnava una lingua, unificava, in un certo senso, un senso molto importante, il paese. Erano passati cento anni dall’unità politica della nazione (ok, 99) eppure ancora non si parlava tutti la stessa lingua. E in un paese in fermento sociale in cui il sud traslocava al nord, non capirsi, non comprendersi, era un enorme problema.

Si capì che non si trattava SOLO di insegnare alla gente a leggere e scrivere ma, innanzitutto, si dava loro un futuro (molte persone poterono così conseguire la licenza elementare) e soprattutto si dava loro un’identità. Da nord a sud si parlava, finalmente, italiano.

Cos’è un paese che non riesce a comunicare con se stesso? Nulla. Polvere. Anche meno.

Quegli uomini illuminati lo avevano capito.

Oggi, 50 anni dopo l’Italia cos’è? Chi siamo noi popolo, nazione, stato? Penso che il discorso di Benigni per l’esegesi dell’inno di Mameli abbia parlato chiaro. L’italia non è solo uno Stato. L’italia è innanzitutto una nazione composta da un popolo, il popolo italiano. Un popolo che con orgoglio ha rivendicato il proprio diritto all’autodeterminazione in un’epoca in cui questa parola non era di moda come lo è oggi. E lo ha fatto con il sangue e il sudore. E lo ha fatto con la cultura e la propria stupenda e preziosa varità. L’Italia è bella perchè è il frutto di un crociolo di menti e culture e tradizioni e letterature tutte diverse ma tutte, allo stesso tempo, appartenenti a una radice comune.

Ho finalmente realizzato quanto abbiamo perso negli ultimi anni. Ho visto la profondità del baratro in cui è caduta la nostra cultura. Ho visto quanto abbiamo perso mentre ci propinavano una non-cultura da supermarket, da Drive In, da rissa da stadio.

Quanti giovani di oggi, di quei ragazzi che sognano la TV e l’ultimo modello di Iphone sanno, veramente, cosa è stata la storia di questo paese? Una storia che si srotola attraverso i secoli e i millenni? Quanti sono consapevoli di chi era Annibale Barca, il valore della battaglia di Zama (e dove sta ZAMA!!!!) e cosa ha significato per Roma esser emessa sotto scatto per la prima e unica volta nella sua storia? Chi sa chi era Gramsci. Chi, tra i giovani leghisti che ogni anno si riuniscono a Pontida in camicia verde, sa cosa fu VERAMENTE il giuramento di Pontida, la Lega Lombarda e via discorrendo?

Ci vorrebbe un nuovo programma che insegni e racconti con passione la NOSTRA storia e la NOSTRA letteratura per far capire che noi SIAMO quegli eventi, quelle persone, quei sentimenti. Che noi siamo oggi perchè altri furono allora.
Conoscere da dove si proviene per sapere dove si sta andando non è pura retorica. Siamo allo sbando perchè ci hanno rubato la nostra Storia e la nostra Cultura sostituendola con feticci posticci.

Parlando con un amico, questi mi ha detto: “Benigni m’ha ricordato di gente che ha avuto non solo il coraggio di dire: Vogliamo fare l’Italia, ma lo ha fatto quando Italia non era neanche un nome. Hanno avuto il coraggio di battersi fino a morire (è bellissimo quando ha detto: “quando questi dicevano siam pronti alla morte mica dicevano per dire, potevano morire pure dopo qualche ora che l’avevano scritto”), la passione di decidere che si poteva sacrificare tutto perchè si formasse un paese, e la cultura per creare quel tipo di basi.
Mi fà sentire un moscerino”

Mi sono resa conto a noi, nuove generazioni mancano ideali ed obiettivi; ci manca il senso di responsabilità verso la storia e soprattutto verso le future generazioni. Abbiamo, giustamente, messo l’accento sull’individuo, ma non avremo messo TROPPO l’accento sull’individuo?

Five years yet

Ricordo cinque anni fa una serata molto molto fredda; ma tutto l’inverno era stato incredibilmente rigido.

Ricordo che, impavidi, partimmo per Frascati. A noi il freddo non spaventava. Ci bastava poco per poterci scaldare. Uno sguardo, una risata, l’aria calda della Clio ormai anziana.

Ricordo anche la molta trepidazione che provavamo davanti a quel pacchetto che, appena ritirato dalla gioielleria, ci guardava curioso dal tavolo del ristorante. Aveva una storia quel pacchetto, una storia che ancora oggi a ricordarla ci viene da ridere. Meritava rispetto, quel pacchetto.

Facemmo un patto, quel giorno, o una scommessa, vedete voi. E direi, con il senno del poi, che il patto è stato ampiamente mantenuto e la scommessa vinta di netto.

Ricordo tante cose, ricordo di quello che c’è stato prima, e di quello che è venuto dopo. E non un singolo ricordo è da scartare. Da allora abbiamo fatto tanta strada, sempre più vicini, stretti, uniti.

Tanti auguri alle nostre promesse mantenute e alle altre che si sono aggiunte lungo il cammino