Scialla!

L’altra notte stavo in camera da letto, trafficando al PC per gli articoli del Blog, di Outacst e quanto altro quando sento un “Ahòòòòòòòò!” potente, di diaframma, provenire dalla strada sotto casa.
Risponde un “AhòòòOOOOòòò!”, altrettanto possente, altrettanto di diaframma, dall’altra parte della via. Concludendo con un “Ahò, ma li mortacci tua!”.

No. Amico. Li mortacci TUA.

Ah, ma ricomincerà la scuola. Presto. Molto presto. Ed io riderò. Stronzi ragazzini cianciaclingua demmerda.

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Older and (hopefully) wiser

Se qualcuno oggi mi chiede l’età, fatico un attimo a focalizzare.

cioè ho 32 anni. T.r.e.n.t.a…d.u.e.

Quanti me ne sento? Venti a dire tanto, pur essendo una persona diversa (non moltissimo però) da quella che ero a vent’anni. L’età conferisce una certa sicurezza, va da sè, ma neanche troppa. Conferisce sicurezza nell’affrontare situazioni ormai già note, nelle relazioni interpersonali tra coetanei e non. Certo non ti prepara a gestire l’imprevisto. O meglio. Ti prepara a gestire la tua reazione apparente all’imprevisto. Anche se hai delle scatenate scimmie urlatrici nel tuo cervello e quello che pensi è Oh mio dio moriremo tutti, riesci a sfoderare un certo sguardo sicuro e vago, a metà tra l’indifferente e il rincoglionito (sì sì è migliorabile. Ci sto lavorando okkei? riparliamone attorno ai 40) Continua a leggere

Di sopravvvenza, adultitudine ed altre seghe mentali

Anche oggi obiettivo primario della giornata è sopravvivere:

  • Sopravvivere a capi schizzofrenici (tra di loro e anche nel loro cervello. Vi prego, fateci pace). Ma in fondo domani è sabato e sepoffà
  • Sopravvivere al pranzo triste a base di solo minestrone. Ma in fondo sta sera sushi e domani sera gnocco e tigella e sepoffà
  • Sopravvivere a tutti gli impegni che il mio cervello vorrebbe ottemperare ma come al solito, arrivando in bieco ritardo, è tutto un’affanno e un “noncelafaròmai MA ciprovolostesso”. Salvo poi ogni volta mille dubbi e mille “ma avrò fatto bene ad andare avanti lo stesso a testa bassa come mio solito e se poi c’è qualche casino e lo sai che CAZZO dovevi fare questo e non lo hai fatto PORCA TROTA e mo?”

e niente, vo avanti. Così.

Domani si parte, sveglia presto, sulle strade, pare, almeno all’andata, con il sole. Ritorno, non datur. Nel senso che potremmo beccare pioggia ma anche no, sole ma anche no, foschia ma anche no.

Comunque. Giusto per buttarla in caciara, as usual. In questi giorni, leggiucchiando a destra e a manca mi sono iniziata a porre domande che MAI mai quando sei a dieta e con i rodimenti di culo, dovresti porti. Tipo: che donna sono? Che donna voglio essere? Saprò essere un modello un domani per i miei figli o sarò la classica mamma in tuta sfatta e incazzata verso il mondo? No. Non voglio.
Non che mia madre fosse la mamma sfatta e incazzata verso il mondo, intendiamoci. Cioè magari incazzata verso il mondo a volte ne ho avuto il sospetto, ma sfatta, almeno quando ero piccola io, no. Uno dei primi ricordi di mia mamma sono un bellissimo paio di sandali neri con il tacco a spillo con i quali mi accompagnava al parco (temeraria!) la gonna di jeans e le gambe depilate. E ricordo che il laccetto del sandalo le scendeva sempre giù a fare affetto “zoccoletto” invece che sandalo. Che se capita a me oggi sembro una papera con la sciatica e invece su di lei mi piaceva assai e ad ogni costo l’avrei voluta imitare. Per dire, al mare piantavo una rogna da guinnes di primati (non potente, ma resistente: sfiancavo sulla lunghezza, io) se come appena arrivati non mi compravano quei zoccoletti in legno anni ottanta con leggero tacchetto che andavano tanto di moda tra noi bimbe. E avevo otto anni. A pensarci bene la prossima volta che mio marito mi accusa di essere una feticista della calzatura e una shopaolic di settore so quale numero passargli.
No. Mamma s’è sempre truccata, acchittata, curata. Sotto certi aspetti. Sotto altri meno, ma hei, nessuno è perfetto. No. Però mia madre era… Adulta. Di quell’adultitudine a cui io mi sento veramente estranea e allergica. Mia mamma era una adulta massaia e poi massaia/lavoratrice, tutta casa, lava/stira eccetera. Voglio dire se è vero che le bimbe creano il loro modello di femminilità imitando la mamma e se io da piccola aveva solo due oggetti che mi facevano andare ai matti (la mia scopa formato gnappa e le scarpe belle di mamma con cui ciabattavo per casa giocando “alla signora”) credo che quello che intendo dire si spieghi abbastanza da solo.

Magari anche mia mamma era come me eh, non so. Magari anche lei non si sentiva adulta come vedeva adulta la sua di mamma (e mia nonna può essere un esempio perfetto solo per un ufficiale delle SS sappiatelo) e pensava di essere alternativa e ggggiovane. Non so. Però anche oggi, riconfrontandomi con il modello di lei 32enne con una figlia quattrenne ecco… me la ricordo più seria di me, più adulta di me. Non in senso negativo. Ma neanche in senso sempre positivo. Insomma mamma, ma tu sei mai stata incasinata, casinista, con la voglia di sfanculare tutto e uscire a fare tardi con tuo marito e gli amici e farti di spritz o di negroni o quello che c’era negli anni Ottanta, di uscire con le amiche a fare del sano shopping pazzo, avere la casa zeppa zeppa di amici e cose del genere? E se sì, ma perchè non lo hai fatto? E se no, perchè no? Tanto lo so che lo leggi sto blog, mamma, e prima o poi, davanti a una bottiglia o due di martini io e te dovremo fare una chiacchierata di questo genere.

Pensare che, sarà quando sarò ok, ma se non altro per motivi anagrafici indipendenti dalla mia volontà io un domani diventerò madre a un’età più avanzata di quando accadde alla mia, e sentirmi però più ragazzina di lei allora… ecco la cosa mi lascia alquanto perplessa.

P.s.: le foto nel blog torneranno quando mio marito monterà, finalmente, il nuovo hard disk e winzoz 7 e io potrò usare i miei bei programmini di fotoritocco senza far crashare il PC ogni due per tre. e, detto inter nos, si sbrigasse altrimenti investo i soldi delle vacanze per un MacBook Pro.

Tra polemiche e mimose

Ogni anno, assieme ai soliti fiumi di retorica, alla solita statistica sulla violenza femminile e sulla scarsa presenza di donne nei vertici politici e aziendali, arrivano le dichiarazioni programmatiche del “faremo”.

Faremo. Chi farà cosa? Perchè si parla di obbligatorietà di quote rosa nei CDA quando il problema è molto più semplice e terra terra? Il problema principale della discriminazione de genere nasce da un’unica tematica, signori. La maternità.

Quante volte m’è capitato di vedere colleghe arrancare perchè hanno osato andare in maternità? E badate, non in maternità anticipata (e qui si potrebbe aprire tutto un mondo di discussione tra chi si approfitta della situazione andando in maternità al primo segnale di nausea mattutina e quelle che invece dovrebbero ma non possono e via discorrendo…), ma di quei 5 mesi previsti dalla legge per una gravidanza non problematica. Stranamente la carriera inchioda, stranamente qualcuno ti passa davanti per le promozioni, ma, altrettanto stranamente nessuno attribuisce questo problema a una e una cosa soltanto: la maternità. Sei diventata mamma, e quindi sei un’impiegata di serie B.

E quando viene risolta la pratica “parto e sue conseguenze” subentrano altre problematiche quali l’allattamento, le malattie del bimbo, l’assenza o carenza di strutture adeguate agli orari di lavoro fatte dalle mamme… e dai papà.

Ormai mettere al mondo un figlio, più che un fatto naturale come dovrebbe essere in una società sana, è diventato un diritto da difendere, anzi peggio, in molti casi s’è trasformato in privilegio. C’è chi può, e chi non può (a meno di non rinunciare alle proprie velleità di carriera).

Se una donna decide di fare un figlio (e facciamo attenzione alle parole: è LEI che decide di avere un figlio. Il marito o il compagno in tale decisione non sono contemplati, pare. La donna decide ergo il problema è SUO) e improvvisamente si ritrova catafiondata in tutto un mondo di problematiche NUOVE nelle quali è lasciata pressochè da sola.

Una volta messo al mondo il bambino ecco che sorge il primo vero grande problema da affrontare. A chi lo lascio? Per poter tornare a lavoro nei tempi previsti, intorno al terzo/quarto mese di vita del piccolo occorre trovare all’erede una collocazione. Ma a questo punto si entra in conflitto con “il fantastico mondo della burocrazia”. Le domande per i nidi possono essere presentate a Marzo e solo per bimbi nati entro fine maggio (almeno questo a Roma. Ogni comune fa storia a sè. Grande cosa il federalismo). Se il bimbo nasce il 1 giugno niente da fare siore e siori se ne riparla con l’anno nuovo. Perchè non è previsto l’inserimento di bambini in corso d’opera. Classi ponte, (che non sono quelle di mary star) non esistono. Quindi occorre anche prestare attenzione a quando farlo nascere sto ragazzino. Considerando che il periodo di maternità post parto va dai 3 ai 4 mesi direi che la flessibilità è veramente dalla parte delle donne...

E se non rientri in tutti questi palettini temporali? T’attacchi. Brutale ma è così. Non vi sono sovvenzioni per chi è “in attesa di” poter fare la domanda. Se due genitori lavorano e non hanno i nonni accanto ci sono solo DUE soluzioni: nido privato o mamma-resta-a-casa. E non crediate, se due persone lavorano non è che portino a casa questo stipendio megagalattico e aggiungere la quota di un asilo privato al mutuo da pagare (oltre a tutte le altre spese necessarie in una famiglia) inizia a diventare pesante. Così molte donne “scelgono” di protrarre il periodo di maternità, percependo praticamente zero in termini di indennità e/o stipendio e ritrovandosi con una possibile carriera sempre più assimilabile ad un binario morto.

Ma siamo in grande democrazia.

Perchè batto e ribatto su questo tema quando c’è anche altro per cui lottare? Sì forse qualcuno leggendo questo blog avrà intuito che la maternità sta iniziando a diventare un’opzione a breve termine e non più una cosa da fare “da grandi”. Diciamo che ci si sta rendendo conto che “grandi” in teoria, lo si è già da un po’. Ma non è solo perchè il problema inizia, in maniera teorica, a toccarmi da vicino (no mamma non sono incinta, tranquilla). Ma è perchè penso che in una società che non ha rispetto per una cosa così basilare, se non c’è aiuto e sostegno in questo, non si andrà mai da nessuna parte neanche sul resto.
Se non si accetta il fatto che una donna vada aiutata a realizzarsi a tutto tondo, come madre e come professionista, allora possiamo anche andarcene a casa. Se ipocritamente viene attribuita a lei e solo a lei la scelta di prediligere una cosa a scapito dell’altra allora siamo veramente a carissimo amico. E non parlo solo di istituzioni. Parlo di mentalità. Quella mentalità da bar sport, tipica dell’uomo per cui questa è una faccenda che NON lo tocca minimamente.

Noi donne siamo tante cose: siamo mogli, professioniste e mamme. Ma se per l’uomo conciliare questi tre io (marito, professionista e padre) è più semplice per noi non lo è e non è per motivi fisiologici che il gap sussiste. Il problema sussiste perchè è, nell’ordine del giorno, un problema di serie B. E finchè non uscirà dalle “varie ed eventuali” per diventare un punto di discussione nell’agenda politica noi ancora staremo a contare le nostre misere quote rosa come fossero pochi chicchi di riso.

Auguro tanta fortuna alle donne. Auguro a tutte noi un anno fatto di coraggio e di battaglie. Auguro a me e alle mie “colleghe” di avere la giusta dose di rabbia e indignazione per cercare di fare qualcosa che vada oltre il 13 febbraio. Che da lì prenda la voglia ed il coraggio e prosegua con egual forza per cercare, veramente, di cambiare qualcosa. E mi appello anche alle donne nelle camere dei bottoni. Ascoltateci. I nostri problemi non riguardano i massimi sistemi, ma sono molto più pratici e prosaici. Aiutateci a far quadrare il conto delle nostre giornate in termini di soldi e tempo. E avrete fatto metà del lavoro.

Informazione e scelta

La TV che vorrei

Sono ormai tre anni che non guardo più la televisione. Quasi in tacito accordo, con Stefano, non abbiamo mai utlizzato la nostra televisione come tale. Non l’abbiamo mai attaccata ad un cavo di antenna, se non nei rari casi in cui parenti e amici volevano seguire un evento, una partita o che.

In questi tre anni non abbiamo mai sentito il bisogno di attaccare quell’antenna. E ancora oggi proseguiamo così, sereni. Vediamo molti film, molte serie TV, ma scegliendo noi come vedere, cosa, quando. La TV on demand ce la siamo fatta noi, da soli, in questi tre anni. Quali serie TV (spesso anche in che lingua) vedere lo abbiamo scelto noi. Quali film anche. Quali trasmissioni pure. Come? Comprando, banalmente, prodotti altrove. C’è sempre un’offerta da parte di qualche store on line, anche straniero, di blu-ray, cofanetti e via discorrendo. E molti siti, compresa la Rai, permettono di vedere il programma della settimana precedente. In differita, quindi. Ma che mi importa?

In questi tre anni mi sono riappropriata di un diritto che in Italia è sempre più vilipeso: il diritto di scelta. E più leggo o ascolto, notizie del genere, più mi rendo conto di quanto sia terribilmente attuale e necessaria, una pratica nata istintivamente, quasi per caso.

Anche l’informazione io la faccio on line, da me. Navigo, durante il giorno, tra i siti di varie testate, leggendo vari blog, condividendo idee, pensieri e informazioni sui social network. E so. So cosa accade, so cosa pensa il mondo di quel che accade, e il pluralismo diventa, finalmente, qualcosa di reale. La condivisione ha questo potere, sebbene ammetterlo da parte di alcuni, sia fuori discussione.

Così come me, tanti altri. Per questo quando sento parlare di share, di spettatori o che, sorrido. Mi verrebbe da chiedere ai vari autori di bei programmi, spesso stretti in ruoli di meri spettatori di una TV che marcisce dall’interno, perchè non pensano più in grande? Perchè non cercano di scardinare queste logiche perverse andando altrove? Sulla rete, per esempio.

LORO lo hanno capito, ecco perchè, ciclicamente, tentano di regolamentare questa caotica realtà che è internet. Hanno capito che il vero pericolo si annida qui, perchè non possono allungare le loro manacce zozze estenrede il loro controllo totale su quello che nasce come qualcosa di libero e incontrollabile in sè.

A volte mi guardo intorno e mi sembra che il potenziale ci sia e sia enorme, immenso e incompreso. A volte mi sembra di essere parte di un altro mondo, che non comprende e non assimila le logiche di questo; un mondo che è qualcosa di altro, di troppo forse, di astruso, che pensa e agisce in maniera inaccettabile nella realtà dei più, anche di coloro che vorrebbero, veramente, cambiare le cose. Penserete che sono una sognatrice. Ma non solo la sola.

Parafrasando.

Dialoghi (mica poi tanto) immaginari

Francesca: Sapete? Mi ricordo di quando sul mio Blog scrivevo pipponi esistenziali da far rizzare il pelo su per la schiena. Non che io abbia pelo sulla schiena. Era per dire.
Procione: non è che adesso non te li faccia lo stesso, i pipponi esistenziali
Francesca: no dai… parecchio di meno.
Procione: Mah
Francesca: e poi, nel caso, ho imparato a non ammorbare nessuno con eventuali pipponi esistenziali. Questo concedetemelo.
Ziska: Infatti. Rompi solo a noi le scatole in maniera infinita! “ohhh, mio dio e cosa ne è della mia vita”, oppure “Ah! Tutti i miei sogni e i miei desideri, le mie velleità di storica, le mie passioni i miei hobby”
Francesca: perchè non è vero? Lavoriamo come schiavi tutto il santo giorno. E ancora non siamo riusciti, da domenica sera, ad andare a comperare un dannato cartoncino bianco e nero per le foto del gruppo di Next. Vi pare normale?
Procione: magari se la sera non cascassi dal sonno perennemente riusciresti a guadagnare quel po’ di tempo in più per fare le cose di cui ti lamenti non hai il tempo.
Francesca: io non casco dal son..
Ziska: no, fischio! L’altro giorno io e Procione abbiamo fatto i salti mortali per convincere Stefano che stava parlando con te e non con la tua segreteria telefonica
Francesca: Ma io ho bi…
Procione facendole il verso: “Ma io ho bisogno di dormire almeno sette ore perchè altrimenti sono rintronata tutto il giorno”. Ma che c’hai du anni? E tu saresti quella che vorrebbe fare un figlio? Tu?
Francesca: Beh ma ora che c’entra
Ziska: c’entra, bimba bella, che o impari a riposare di meno o t’attacchi. Sappi che IO non ho nessuna intenzione di prendermi cura del marmocchio di chicchessia
Francesca: COME??? Guarda, stronzetta, che in caso sarebbe anche figlio tuo!
Ziska: MIO?!?! Guarda, rincojonita, che io mi sono fatta chiudere le tube di falloppio moooooolto tempo fa. Quindi figlio mio sta ceppa.
Procione: Avete finito, continueremo ancora per molto?
Francesca: E poi vorrei capire come siamo finiti a parlare di figli. Che stanno ancora nel mondo dei sogni, detto tra noi.
Procione: guarda che sei tu che ci stai ripensando da almeno due ore. Da quando tuo padre ti ha chiamato per andare a vedere quella casa al quarto piano
Francesca: Mapperpiacere, ma dai. E poi la casa non basterebbe. C’è ancora il colloquio in banca da fare. Ve lo siete dimenticato quello?
Ziska: Beh, no… ma
Francesca: e poi non è solo questo. Insomma, io sono ancora troppo figlia. Parlo ancora con Gli amichetti immaginari!
Procione: piano coi termini
Ziska: immaginario a chi?
Francesca: sapete quello che intendo dire. Panico per un nonnulla, la pazienza NON è il nostro forte, soprattutto NON il tuo Ziska, e abbiamo talmente tanti progetti di viaggi e cose da fare, tipo il corso di fotografia, finire la dieta, tornare in giappone, fare un corso di lingua giapponese…
Procione: seriamente, Fra, se queste cose vuoi farle non sarà un figlio ad impedirtelo. E poi sei circondata di persone che possono darti una mano, nel caso.
Francesca: e poi io sono una persona coerente e voglio mantenere la mia coerenza. Voglio dire, io che soffro di attacchi di panico, che ho paura della morte da quando ho memoria, che sono pessimista a mille e tutto il resto; che lo metto al mondo a fare un figlio? Non sarei egoista? Certo che lo sarei. Voglio veramente giocare a fare il dio e donare la vita a una persona perchè un domani me lo rinfacci e si renda conto che non gli ho fatto un favore ma gli ho solo ammollato una sonora fregatura? Perchè, guardiamoci negli occhi ragazzi, sta vita è una vera fregatura: inizi a fare cose belle, metti i tassellini per cose veramente fighe tipo i viaggi nello spazio e tutte ste robe, e poi? Se le godranno i tuoi nipoti e tu t’attacchi. Lavori come un disperato per una vita facendo progetti per “dopo” (andare a vivere a Lucca, comprare un casolare, viaggiare ecc) e poi quando finalmente te li puoi godere perchè i figli sono grandi e il lavoro finalmente ti ha consentito di andare in pensione, sei troppo vecchio per goderteli; e poi vogliamo parlare del terrorismo? Dei terremoti?
Ziska: sì e delle invasioni delle cavallette. Fra?
Francesca: che c’è?
Ziska: tu hai solo paura di non essere all’altezza. Tu ti stai cagando sotto all’idea che qualcuno dipenda talmente tanto da te da non poterti più tirare indietro. E quindi ti fai i film, fai finta che non ci stai pensando, fai finta che in fondo non vuoi, che non è il caso, e ti, CI, racconti balle.
Francesca Borbottando: Forse.
Procione: niente forse. E’ così
Francesca: Dite?
Ziska: già
Francesca: E quindi? Che devo fare?
Procione: Niente. Anzi sì, andiamoci a prendere un bel the. Tanto, casomai accadesse, tranquilla che hai nove mesi per abituarti
Ziska sussurrando ironica mentre i tre si avviano alla macchinetta del caffè: è una vita per pentirtene

***Poco dopo, davanti ad una tazza fumante di the***

Ziska: Fra?
Francesca soffiando sulla tazza: Eh
Ziska: Ma poi… ma i gatti?

Immagine: Biglietto di auguri dei 30 anni con I Tre Coinquilini Ziska, Francesca e Il Procione. Foto by me, disegno by quel geniaccio di Martino Palladini. Che però non mi ha fatto anche il biglietto per i 31. E quindi me lo riaspetto ai 32, che son pure quelli pari. No? Marti? Casomai passassi di qui prendi nota 😛