Disappointing

True Blood Season 5 è finita decisamente mmeh.
Con un cliffhanger che non è un cliffhanger ma un fottuto “fine primo tempo” grosso quanto la piramide di Cheope.
E me sarei anche rotta il cazzo di prese per il culo così, a buffo, dagli sceneggiatori. Decisamente oltre l’F4!

L’estate sta finendo e io non mi sono presa nemmeno un lemoncocco. O uno spritz. O un aperitivo qualsiasi, se è per questo. Per non parlare poi di un gelato o di una bella coppa di frutta fresca. Sta dieta darà pure i suoi risultati, ma ha rotto il cazzo. Sapevatelo. Ma soprattutto sallo al dietologo.

Continua a leggere

Annunci

Mi pesa il culo

Come sempre in periodi di attesa scrivo poco.
Non che di cose non ne accadano ma in questi periodi nell’ordine
Non mi va di parlarne
Non ritengo che siano sufficientemente interessanti
Mi pesa il culo (*)

L’ultima in particolare è un’ottima panacea un po’ per tutti i mali. Mi pesa il culo. Punto.

Comunque giugno si preannuncia un mese denso di week end. Continua a leggere

Ho adottato un Gatto

Ho adottato un gatto.
Ora prima che tutti i miei amici (beh, per lo meno quei pochi che si fermano qui a leggere), chiamino mio marito per avvisarlo dell’insano gesto e prima che mio marito corra dall’avvocato per chiedere il divorzio prego tutti di fermarvi un altro po’ a leggere quanto segue.

Ho adottato un gatto radagio. Il suo nome è Grattastichi. Cioè, il suo nome sarebbe Chappy, o qualcosa del genere, ma io lo chiamo Grattastinchi. Fondamentalmente perchè è rosso e brutto quanto quello originale.
No, beh, aspetta. No. Cioè ha una certa età e quando si sdraia in terra pare più un pancake gigante che non un gatto, ma ha un bel musetto, occhi tondi e grandi e le zampe, vivaddio, dritte.
L’unico problema è il miagolio. Il signore non l’ha dotato della tipica vocina del micino che tutti immaginiamo. No. Lui miagola perennemente come se fosse in calore. Il fatto che sia un LUI mi ha fatto capire che no. Non è in calore. A meno che non sia confuso su se stesso. Che può sempre essere eh.
Lui miagola come se lo stessero prendendo e sgozzando sul posto. E scandisce. Non fa Mrww, miew o che. No Lui dice bene, forte e chiaro. MIAO. M-I-A-O. Il giorno in cui farà pure lo spelling chiamerò l’esorcista, penso. O la TV. Forse più la TV, così alzo anche un po’ di dindi.

Per ora di lui ho capito che non gli piacciono i wurstel di pollo, ma il tonno al naturale invece assai (paraculo). E che quando ha fame mi viene a chiamare. E che se resto seduta accanto a lui mentre mangia mi tollera. Cioè, non lo posso accarezzare, ma che so, guardare è ok e tenere il piattino di carta affinchè, per raccogliere gli ultimi bocconi, non debba andare in giro per mezzo cortile è gradito.

Grattastinchi infatti non vive in casa. Grattastinchi è l’ex gatto del portiere. Il portiere è andato in pensione, ha lasciato il nostro stabile ed è andato a vivere con la moglie in un appartamento a Ponte di Nona, senza giardino o cortile. Ha pensato che il gatto, abituato a scorrazzare tutto il giorno in giro per il cortile e anche per il quartiere immagino, chiuso definitivamnete tra 4 mura domestiche non sarebbe durato poi tanto. Perchè sradicare pure il felino quando già per l’umano lasciare le amicizie di una vita è difficile e complesso?
E quindi ha chiesto a chi, come me, è amante dei gatti, di darci una occhiata. Teoricamente dovrebbe essere il gatto del nuovo portiere, ma mi pare non se ne prenda eccessiva cura. Domani che lavoro da casa scendo a fargli il terzo grado.
Comunque.
Grattastinchi non so quanto sia felice di questa decisione. Probabilmente è la più giusta. Ma se qualcuno mi viene a dire che i gatti non si affezionano agli umani gli tiro l’ombrello di hello kitty dritto su uno zigomo.

Ieri sera tornando a casa era lì che miagolava, come al solito straziato e apparentemente sgozzato. Mi guarda, poi guarda l’appartamento ormai chiuso del suo ex padrone. Non so se vuole pappa, coccole o che. Dopo avergli elargito qualche grattino faccio dietro front, vado nell’unico negozio aperto a quell’ora, un “vendo-quasi-tutto” gestito da degli indiani ed aperto fino a tardi, per cercare del cibo per gatti. Non ce l’hanno ma rimedio con del tonno al naturale (un precedente esperimento con il wurstel di pollo, appunto, era miseramente fallito). Torno in cortile, lo chiamo un po’ in giro e lo trovo nascosto dietro il locale caldaia. Gli metto una scatoletta di tonno nel piattino di carta che mi sono portata da casa e immediatamente capisco che sì, il tonno va bene, grazie tante. Lo spazzola. E mentre io aspetto che finisca di spazzolare con cura e gusto per riportarmi su il piattino ormai vuoto, prendo una decisione. Grattastinchi sarà il mio gatto.
Domani mi studierò bene la situazione, vedrò se vi sono delle ciotole in quella che pare la sua tana dietro il locale caldaia e in caso ne comprerò un paio. Comprerò anche croccantini e scatolette e, se serve, una cuccetta dove si possa rifugiare quando piove. Per il resto bivacca tranquillo tra le frasche e sotto gli alberi del giardino. Lo nutrirò per lo meno la sera (quando esco vado per uno, ma magari riesco a convincere Stefano) e cercherò di prendermi cura di lui come posso.

Un gatto in casa non posso averlo, per gli orari che faccio, e va bene. Ma posso sempre prendermi cura di questo relitto felino finchè sarà. Se poi io per lui sarò solo “quella che porta la pappa” pazienza, in fondo sono solo una stupida umana, e ci sta.

Di sopravvvenza, adultitudine ed altre seghe mentali

Anche oggi obiettivo primario della giornata è sopravvivere:

  • Sopravvivere a capi schizzofrenici (tra di loro e anche nel loro cervello. Vi prego, fateci pace). Ma in fondo domani è sabato e sepoffà
  • Sopravvivere al pranzo triste a base di solo minestrone. Ma in fondo sta sera sushi e domani sera gnocco e tigella e sepoffà
  • Sopravvivere a tutti gli impegni che il mio cervello vorrebbe ottemperare ma come al solito, arrivando in bieco ritardo, è tutto un’affanno e un “noncelafaròmai MA ciprovolostesso”. Salvo poi ogni volta mille dubbi e mille “ma avrò fatto bene ad andare avanti lo stesso a testa bassa come mio solito e se poi c’è qualche casino e lo sai che CAZZO dovevi fare questo e non lo hai fatto PORCA TROTA e mo?”

e niente, vo avanti. Così.

Domani si parte, sveglia presto, sulle strade, pare, almeno all’andata, con il sole. Ritorno, non datur. Nel senso che potremmo beccare pioggia ma anche no, sole ma anche no, foschia ma anche no.

Comunque. Giusto per buttarla in caciara, as usual. In questi giorni, leggiucchiando a destra e a manca mi sono iniziata a porre domande che MAI mai quando sei a dieta e con i rodimenti di culo, dovresti porti. Tipo: che donna sono? Che donna voglio essere? Saprò essere un modello un domani per i miei figli o sarò la classica mamma in tuta sfatta e incazzata verso il mondo? No. Non voglio.
Non che mia madre fosse la mamma sfatta e incazzata verso il mondo, intendiamoci. Cioè magari incazzata verso il mondo a volte ne ho avuto il sospetto, ma sfatta, almeno quando ero piccola io, no. Uno dei primi ricordi di mia mamma sono un bellissimo paio di sandali neri con il tacco a spillo con i quali mi accompagnava al parco (temeraria!) la gonna di jeans e le gambe depilate. E ricordo che il laccetto del sandalo le scendeva sempre giù a fare affetto “zoccoletto” invece che sandalo. Che se capita a me oggi sembro una papera con la sciatica e invece su di lei mi piaceva assai e ad ogni costo l’avrei voluta imitare. Per dire, al mare piantavo una rogna da guinnes di primati (non potente, ma resistente: sfiancavo sulla lunghezza, io) se come appena arrivati non mi compravano quei zoccoletti in legno anni ottanta con leggero tacchetto che andavano tanto di moda tra noi bimbe. E avevo otto anni. A pensarci bene la prossima volta che mio marito mi accusa di essere una feticista della calzatura e una shopaolic di settore so quale numero passargli.
No. Mamma s’è sempre truccata, acchittata, curata. Sotto certi aspetti. Sotto altri meno, ma hei, nessuno è perfetto. No. Però mia madre era… Adulta. Di quell’adultitudine a cui io mi sento veramente estranea e allergica. Mia mamma era una adulta massaia e poi massaia/lavoratrice, tutta casa, lava/stira eccetera. Voglio dire se è vero che le bimbe creano il loro modello di femminilità imitando la mamma e se io da piccola aveva solo due oggetti che mi facevano andare ai matti (la mia scopa formato gnappa e le scarpe belle di mamma con cui ciabattavo per casa giocando “alla signora”) credo che quello che intendo dire si spieghi abbastanza da solo.

Magari anche mia mamma era come me eh, non so. Magari anche lei non si sentiva adulta come vedeva adulta la sua di mamma (e mia nonna può essere un esempio perfetto solo per un ufficiale delle SS sappiatelo) e pensava di essere alternativa e ggggiovane. Non so. Però anche oggi, riconfrontandomi con il modello di lei 32enne con una figlia quattrenne ecco… me la ricordo più seria di me, più adulta di me. Non in senso negativo. Ma neanche in senso sempre positivo. Insomma mamma, ma tu sei mai stata incasinata, casinista, con la voglia di sfanculare tutto e uscire a fare tardi con tuo marito e gli amici e farti di spritz o di negroni o quello che c’era negli anni Ottanta, di uscire con le amiche a fare del sano shopping pazzo, avere la casa zeppa zeppa di amici e cose del genere? E se sì, ma perchè non lo hai fatto? E se no, perchè no? Tanto lo so che lo leggi sto blog, mamma, e prima o poi, davanti a una bottiglia o due di martini io e te dovremo fare una chiacchierata di questo genere.

Pensare che, sarà quando sarò ok, ma se non altro per motivi anagrafici indipendenti dalla mia volontà io un domani diventerò madre a un’età più avanzata di quando accadde alla mia, e sentirmi però più ragazzina di lei allora… ecco la cosa mi lascia alquanto perplessa.

P.s.: le foto nel blog torneranno quando mio marito monterà, finalmente, il nuovo hard disk e winzoz 7 e io potrò usare i miei bei programmini di fotoritocco senza far crashare il PC ogni due per tre. e, detto inter nos, si sbrigasse altrimenti investo i soldi delle vacanze per un MacBook Pro.

Conosci te stesso

Sto veramente imparando a conoscermi e a comprendermi più in questi mesi di attività progettuale che negli ultimi 30 anni della mia vita. Ho imparato che ho più pazienza di quello che pensavo ma meno di quella che servirebbe. Ma d’altronde quella che servirebbe è la pazienza di Giobbe e quindi me ne faccio una ragione.

Ho imparato che il mio fegato ha possibilità di espansione pressochè infinite (e non so se è un bene o un male), e che se inziassi una carriera da alcolizzata non riuscirei mai a maciullarlo come riescono a maciullarlo sti quattro gonzi qua con la loro disorganizzazione e destrutturazione. Sono talmente disorganizzati e destrutturati che il loro esserlo assurge a idea platonica della disorganizzazione e della destrutturazione.
Cioè?
Boh, non chiedetelo a me io ho fatto il classico.

Ho imparato che se hai molto tempo per fare una cosa non significa che tu la farai meglio; la farai molte volte in tanti modi diversi, molti dei quali egualmente corretti in maniera differente. In pratica ho imparato come si sente un criceto su una ruota.

Ho imparato che è resistere, a volte, al desiderio di strabuzzare gli occhi, crollare sul pavimento e fingermi morta sperando che il momento di follia dei miei capi passi e se ne vada. Non funziona. Anche sul letto di morte sarebbero capaci di chiedermi di fare un’analisi di mercato.

Ma soprattutto ho imparato, acnora, casomai ce ne fosse bisogno, che il venerdì non arriva mai troppo presto.